Il Sud Sudan indipendente: notizie varie

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Il Sud Sudan indipendente: notizie varie

Messaggio  gabriele il Dom Set 25, 2011 5:54 pm

SUD SUDAN FINALMENTE UNO STATO LIBERO E INDIPENDENTE DOPO ANNI DI ISLAMIZZAZIONE FORZATA: DOVE ERANO GLI INTELLETTUALI NOSTRANI?
Due milioni di vittime, tre milioni di profughi, migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi nel nord islamico del Paese, ma non interessava a nessuno perché erano cristiani
di Antonio Socci
Da oggi il sud del Sudan è finalmente uno stato libero e indipendente (se non verrà strozzato nella culla).
Lì è stato perpetrato l'ultimo genocidio del Novecento, ma un genocidio ignorato dai media e dal "partito umanitario" nostrano. Forse perché le vittime non erano "politically correct", trattandosi di neri cristiani e animisti.
Autore di quell'orrore è stato il regime arabo- musulmano del nord che ospitò negli anni novanta anche Osama bin Laden e che, da qualche anno, è in combutta con la Cina comunista interessata al petrolio sudanese.
I media si sono occupati del Sudan solo di recente, quando è scoppiata l'emergenza Darfur, che derivava da un conflitto non religioso (erano tutti musulmani).
Invece per la Jihad – la guerra santa islamica – che per decenni ha sterminato il Sud cristiano e animista non hanno avuto tempo.
Eppure le cifre sono terrificanti: due milioni di vittime, tre milioni di profughi, migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi nel Nord islamico del Paese.
Il regime di Karthoum ha fatto del Sudan – che sarebbe ricchissimo di petrolio e altre risorse – uno dei paesi più poveri della terra (è al 150° posto su 182), un paese dove si vive ancora in capanne di fango, seminudi e si muore come mosche per fame e malaria. Per questo molti fuggono, cercando di arrivare all'Italia e in Europa.
Siccome scrivo e parlo del genocidio sudanese da quindici anni, su giornali e in tv (prendendomi anche qualche insulto), permettetemi di togliermi un po' di sassolini dalle scarpe.
Perché il "caso Sudan" è un'occasione preziosa per riflettere sulla famosa coscienza "umanitaria" a intermittenza che caratterizza questa sinistra che ci è toccata in sorte e i nostri media che in gran parte vengono culturalmente da lì.

PIAZZE URLANTI
C'era una volta il Vietnam. Ricordate? E' stato il mito fondativo della sinistra sessantottina la quale poi ha riempito giornali e tv continuando l'intossicazione ideologica con altre armi.
Quella del Vietnam è stata la madre di tutte le cause umanitarie della sinistra e conteneva tutte le sue contraddizioni e le sue ipocrisie.
Per anni manifestazioni, cortei, assemblee, articolesse, indignazione a senso unico.
Uno dei famosi inviati, Giorgio Bocca, anni dopo, confessò: "feci dei servizi che piacquero alla sinistra italiana: in parte perché raccontavo la verità sulla formidabile guerriglia vietnamita, in parte perché mi autocensuravo".
Poi spiega: "la mitizzazione della rivolta vietnamita e la demonizzazione degli americani erano giunte a un tale livello che non era possibile raccontare una verità che avesse però il marchio di informazione Usa".
Non c'era posto per la verità. E questa era la stampa libera e indipendente.
Finalmente i comunisti del Nord conquistarono il Sud Vietnam e iniziarono dittatura e massacri: di colpo nessuno degli indignati più si curò del Vietnam e di quello che stava capitando ai vietnamiti "liberati" dai comunisti di Ho Chi Min.
Migliaia di quei poveri vietnamiti – a cui avevamo imposto di subire la conquista comunista – fuggirono dal "paradiso marxista" su barche di fortuna. Molti annegarono, altri furono divorati dagli squali. Alcuni furono soccorsi. E cosa dicevano i compagni italiani di quei "boat people"?

ROSSI DI VERGOGNA
Posso testimoniarlo in prima persona. A quel tempo frequentavo il liceo a Siena.
Collaboravo con la Caritas per organizzare l'ospitalità in Italia per quei profughi che riuscirono ad arrivare vivi e ricordo bene che distribuendo i volantini in piazza a Siena ci prendevamo gli insulti dei compagni che chiamavano quei profughi "fascisti e reazionari".
Essendo in fuga dal comunismo, agli occhi loro quei profughi non erano da considerare come oggi consideriamo quelli che arrivano con i barconi a Lampedusa.
Questa era la coscienza umanitaria della sinistra. Che in questi mesi, peraltro, vede i profughi e ne reclama l'accoglienza, ma non vede le cause della loro fuga: per esempio quell'orrida guerra contro la Libia tanto voluta dal compagno-presidente Napolitano.
Anche in questo caso la coscienza umanitaria e pacifista dei compagni è andata in vacanza (bombardiamo pure Tripoli, il pacifismo pensa all'abbronzatura).

ERRORI E ORRORI
Torno al Vietnam. L'altro mito gemello del '68 fu la Cambogia. Anche quella doveva essere "liberata" dall'okkupazione americana. "I Khmer rossi ci sembravano l'unica via d'uscita dall'incubo della guerra", scriverà anni dopo Tiziano Terzani in un famoso articolo su "Repubblica" intitolato "Pol Pot, tu non mi piaci più".
Questo articolo di revisione uscì nel 1985 e ormai già si sapeva tutto del genocidio di due milioni di cambogiani innocenti perpetrato dai Khmer rossi.
Quello che il "grande inviato" avrebbe dovuto fare e non fece era raccontare prima, quando era sul posto, mentre accadevano i fatti, la mostruosità sanguinaria dei guerriglieri comunisti.
Ma sebbene abbia visto, non credette a quei "massacri comunisti". Sospettò che fossero manipolazioni della Cia. E oggi viene celebrato dal pensiero conformista come un grande giornalista testimone delle atrocità del Novecento.
Chi invece, come il missionario padre Gheddo, denunciò le stragi comuniste in Indocina mentre accadevano, negli anni Settanta, si prese del "reazionario" e "finanziato dalla Cia". "Nessuno mi credette", ricorda. E nessuno poi gli ha riconosciuto il coraggio della verità, né ha chiesto scusa.
Nei decenni successivi la "sinistra umanitaria" ha continuato ad alimentare le sue mitologie, sebbene più in sordina. Ma sempre con un'accurata selezione ideologica.
Contro l'invasione sovietica dell'Afghanistan dei primi anni Ottanta – per esempio – non fiatarono (a quel tempo scendevano in piazza per protestare contro gli euromissili americani, risposta a quelli sovietici).
Ma contro la guerra di Bush all'Afghanistan dei talebani e di Bin Laden hanno scatenato il finimondo (ovviamente senza mai chiedere il parere delle donne afghane).
Contro la Cina che massacrava gli studenti in piazza Tien an men nessuna manifestazione, né indignazione di massa. Così pure sull'oppressione del Tibet. Silenzio anche sui lager cinesi tuttora funzionanti.
Invece è divampata la polemica su Guantanamo e, da anni, la protesta contro Israele che sarebbe reo di opprimere i palestinesi.
Gli "umanitari" indignati infine hanno protestato per anni contro gli Stati Uniti rei di aver posto l'embargo a Cuba (ovviamente senza denunciare la schifosa dittatura comunista di Fidel Castro).
Perciò, con tutte queste "cause umanitarie" che permettevano loro di sentirsi buoni e puri, denunciando come oppressori Stati Uniti e Israele, gli umanitari progressisti di casa nostra non ebbero tempo di accorgersi del genocidio sudanese, cioè della "più lunga guerra del '900" (dal 1956 al 2005) nel paese più grande dell'Africa.
Erano tutti distratti e così in Italia nessuno sa qualcosa di quel genocidio che è stato definito dall'africanista Giampaolo Calchi Novati "la più dura operazione di islamizzazione forzata del '900".

SOLO LA VOCE DELLA CHIESA
L'unica voce, inerme e martire, come al solito, è stata quella della Chiesa, una "Chiesa crocifissa", come l'ha definita Giovanni Paolo II.
Una Chiesa che ha il volto del grande vescovo missionario monsignor Mazzolari, che "comprende in sé una capacità di denuncia del male unita a un'indomita fantasia di bene che ha costruito scuole, ospedali, missioni, chiese, dispensari, vite future di ragazzi un tempo schiavi e poi laureatisi a Oxford", come scrive Lorenzo Fazzini nel bel libro "Un Vangelo per l'Africa", dedicato a Mazzolari e al Sudan.
Il cristianesimo è arrivato nei regni nubiani addirittura nel VI secolo. Poi ha portato libertà e dignità umana in Sudan, nell'Ottocento, con un grande santo, padre Comboni.
Oggi la Chiesa accompagna questo popolo alla libertà e all'indipendenza. Il cristianesimo si conferma come culla di umanità e come l'unica vera forza liberazione dei popoli. Mentre i nostri intellettuali gli riservano (oggi come ieri) parole sprezzanti…

Fonte: Libero, 10/07/2011
Pubblicato su BASTABUGIE n.201

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REFERENDUM NEL SUDAN DEL SUD: OLTRE IL 98 X CENTO HA VOTATO PER L'INDIPENDENZA DAL NORD MUSULMANO

Messaggio  gabriele il Dom Set 25, 2011 5:54 pm

REFERENDUM NEL SUDAN DEL SUD: OLTRE IL 98 X CENTO HA VOTATO PER L'INDIPENDENZA DAL NORD MUSULMANO
Il vescovo comboniano da trent'anni in Africa: ''Il dialogo con i musulmani nella nostra terra è impossibile''
di Antonio Giuliano
«Per la mia gente del Sud Sudan è un trionfo. È la proclamazione della liberazione dall'oppressione del governo fondamentalista islamico del Nord. Ora il mio popolo ha un'anima rigenerata». Gli occhi di Cesare Mazzolari, vescovo di Rumbek, capitale dello Stato dei Laghi (Sudan del sud), brillano quando parla di quella che ormai considera la sua terra. Il Sud Sudan diventerà uno Stato indipendente: sono stati resi noti i risultati del referendum che si è tenuto dal 9 al 15 gennaio scorso in cui il 98,83% dei circa 4 milioni di elettori si è pronunciato per la secessione dal regime sudanese settentrionale di Omar al Bashir.
Missionario comboniano, originario di Brescia, monsignor Mazzolari da trent'anni esatti è di casa in Africa. Nei giorni scorsi era all'Università Cattolica di Milano per la presentazione del libro a fumetti Diario di un viaggio in Sudan, realizzato dalla Scuola internazionale di Comics in collaborazione con la Fondazione Cesar. Sull'esito del voto non ha mai avuto dubbi: «La mia gente ha accolto con entusiasmo il referendum: già all'alba del primo giorno di voto le urne traboccavano di persone che uscendo danzavano e inneggiavano all'indipendenza. Una festa per tutti. Anche per le donne che hanno votato in massa: il 52% dei votanti».
Certo il passato è appena dietro l'angolo. Sono passati solo sei anni dalla fine della sanguinosa guerra civile tra il regime islamista di Khartum nel Nord e gli indipendentisti cristiani e animisti del Sud. Un conflitto durato 22 anni che ha lasciato sul campo quasi due milioni di vittime. Ma per monsignor Mazzolari è tempo di guardare al futuro: «Adesso ci sarà da lavorare per trovare la coesione, la guerra ci ha divisi, e alcuni gruppi hanno sofferto più di altri. La riconciliazione non sarà sistematica come è stato per il Sudafrica, ci vorrà più tempo. E poi c'è grande panico specie tra i cristiani per i proclami di Bashir che minaccia di imporre la sharia, la legge islamica, alle persone del sud rimaste al nord. Ecco perché da giorni si stanno riversando nel meridione. Sono già 20-25 mila persone…».
Eppure lui non si è fatto trovare impreparato. Tira fuori dalle tasche una mappa delle regioni sudanesi e spiega: «Nella mia diocesi stiamo già assistendo circa 10 mila sfollati arrivati con i barconi del Nilo o attraverso il deserto. Solo nella scuola di Rumsek abbiamo accolto 800 famiglie. Mancano di tutto: cibo, vestiti, abitazioni. Noi avevamo previsto un'equipe di accoglienza in caso di emergenza. Ma i familiari ormai non li aspettavano più. E loro stessi che abitano al nord da 25 anni e i cui figli son nati là pensavano ormai di rimanerci avendo trovato un lavoro».
Il governo di Karthum si è impegnato a riconoscere l'esito del referendum, ma molti di loro temono ritorsioni: «Giustamente - rimarca Mazzolari – . Sanno bene che cosa vuol dire la legge islamica: basta un nonnulla per venire incolpati senza motivo. E se ti accusano di furto ti tagliano una mano, se vieni accusato di altri crimini ti lasciano in prigione tutta la vita o ti massacrano. Non possono praticare la loro religione, per trovare lavoro devi diventare per forza musulmano, e le opportunità di avere proprietà e case sono limitate. Vivrebbero comunque da schiavi e sarebbero prima o poi costretti ad andare via».
Anche se negli ultimi mesi si era parlato di timidi segnali distensivi del regime del nord, il comboniano è scettico: «Il presidente Bashir vedendo l'esodo, ha cominciato a correggere un po' il suo linguaggio. Ma non credo proprio che la situazione sia migliorata: se ci siamo separati è proprio perché gli accordi di pace non sono stati rispettati. Purtroppo credo che la Chiesa del Nord soffrirà. Il dialogo con i musulmani nella nostra terra è impossibile. L'unica opzione per il regime fondamentalista è una convivenza mal tollerata con le minoranze».
Il vescovo conosce ormai da vicino il fanatismo islamico, di conversioni forzate e di crocifissioni. Ma non è tipo da arrendersi. Il motto che ha voluto nel suo stemma episcopale l'ha coniato di suo pugno: "Per reconciliationem et crucem ad unitatem et pacem" ("Alla pace e all'unità attraverso la riconciliazione e la croce"). In queste ore gli studenti universitari di Khartum stanno protestando contro il regime: «Io spero – afferma Mazzolari – che anche il Nord possa evolvere verso un sistema democratico. Quanto al Sud ci vorranno almeno una decina d'anni per avere una classe dirigente, ma sono fiducioso».
C'è grande attesa per Salva Kiir, il neo presidente del Sud Sudan, un cattolico praticante: «Lo conosco – continua il missionario – penso possa essere la persona giusta. La Chiesa e gli organismi internazionali ci stanno dando una grossa mano. Le grande risorse naturali, come quelle petrolifere, fanno gola alle potenze internazionali come la Cina (che preleva il 42% del petrolio). Ma gli Usa per esempio stanno contribuendo moltissimo alla transizione con aiuti economici».
C'è però una risorsa che pare contare più delle altre: «È la fede della nostra gente – dice senza esitazione Mazzolari -. Non dimenticherò l'eroismo delle mamme che supplicavano John Garang (il leader protestante dei guerriglieri cristiani del Sud) di porre fine alla guerra. La tenacia di questo popolo nell'affrontare gli ostacoli e di affermare la propria identità, lo straordinario spirito di dedizione sono una professione di fede nel valore della vita. La fede ci ha salvato, abbiamo pregato tanto per questo referendum. E io sono sicuro che il cuore del sudanese non cederà al desiderio di vendetta perché ha una capacità unica di perdonare e di cominciare di nuovo. Siamo ancora traumatizzati dalla guerra. Però anche se dovremo fare tanti sacrifici, possiamo davvero scrivere un nuovo capitolo».
E lui sulla soglia delle 74 primavere, il prossimo 9 febbraio, non vede l'ora di cominciare. Si lascia scappare un sorriso quando pensa se avrà un buco di tempo libero al ritorno nella sua diocesi, lunga quasi come l'Italia: «Comincerò come sempre con 2 ore di preghiera al mattino. E poi dovrò mettermi in cammino per le undici missioni diocesane. La sfida più grande è sempre l'educazione. Ma abbiamo già molti nostri studenti nelle agenzie internazionali...».
Di grande aiuto è l'ansia di voltar pagina della gente che fotografa ricorrendo alla saggezza africana: «Un proverbio congolese dice che quando due elefanti lottano è l'erba che ne va di mezzo. Così è successo in Sudan: Nord e Sud si sono scannati e a pagare il prezzo più alto è stata la popolazione civile. Ma adesso i risultati del referendum sono chiari: il "mio" popolo del Sud ha scelto di non essere più l'erba calpestata, ma un'erba che può crescere tranquilla, un campo fertile per una nuova società».

Fonte: La Bussola Quotidiana, 01-02-2011
Pubblicato su BASTABUGIE n.178

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IL REFERENDUM PER L'INDIPENDENZA DEL SUD DEL SUDAN FINALMENTE BLOCCHERA' IL PROCESSO DI ISLAMIZZAZIONE FORZATA

Messaggio  gabriele il Dom Set 25, 2011 5:57 pm

IL REFERENDUM PER L'INDIPENDENZA DEL SUD DEL SUDAN FINALMENTE BLOCCHERA' IL PROCESSO DI ISLAMIZZAZIONE FORZATA
Nel più esteso stato africano l'imposizione della sharia ha causato la riduzione in macerie di città e villaggi, razzìa di raccolti, beni e mandrie, sterminio degli uomini adulti (oltre due milioni di morti) e la riduzione in schiavitù di donne e bambini
di Anna Bono
In Africa il 2011 si apre con un evento di portata continentale e storica: il referendum del 9 gennaio con cui il Sud Sudan deciderà se continuare a far parte del paese, nell'attuale regime di semi-autonomia, oppure dar vita a un'entità politica del tutto autonoma. Sei anni fa, nel 2005, il consenso del governo di Khartoum all'autodeterminazione delle popolazioni meridionali è stato uno dei punti fondanti dell'accordo di pace con cui si è conclusa la guerra tra Nord e Sud, uno dei più lunghi e cruenti conflitti civili africani, iniziato nel 1956 all'indomani dell'indipendenza dalla Gran Bretagna.
Lo scontro, religioso oltre che tribale poiché il Nord è musulmano e il Sud è in prevalenza cristiano, si era aggravato nel 1983 con l'ascesa al potere di un governo islamico, che aveva imposto la legge coranica anche alle popolazioni animiste e cristiane, e con la nascita al Sud dell'Spla, Sudan People Liberation Army, il movimento armato indipendentista poi ribattezzato Splm a cui, con gli accordi di pace, è stato affidato il governo dei territori meridionali.
Ma il peggio è iniziato nel 1989 quando l'attuale presidente, Omar Hassan el Bashir, ha preso il potere con un colpo di stato e ha avviato un processo di arabizzazione che nel Sud è costato la vita a circa due milioni di persone, in gran parte morte di fame nei periodi in cui el Bashir negava l'apertura di corridoi umanitari per prestar loro soccorso, e ne ha costrette all'esodo il doppio. Per 15 anni truppe governative e ribelli hanno ridotto in macerie città e villaggi, razziato raccolti, beni e mandrie, sterminando gli uomini adulti e impadronendosi di donne e bambini. Quelli catturati dall'esercito di Khartoum venivano trasferiti al nord e venduti come schiavi, l'Spla reclutava gli altri come combattenti.
Con la scoperta dei giacimenti di petrolio situati nel sud e nel centro del paese, il controllo delle regioni meridionali ha assunto ulteriore importanza per el Bashir e per l'Splm. Ci sono voluti anni di trattative, con la mediazione internazionale, perché si raggiungesse un'intesa sulla spartizione dei proventi del petrolio che tuttavia neanche la pace del 2005 ha del tutto definito. Ora per Khartoum si prospetta una perdita enorme di risorse, poiché è prevedibile la vittoria del si alla secessione, e il mondo si domanda se sarà disposto ad accettarla.
Se anche così fosse, ed el Bashir se ne proclama garante, resterebbe da affrontare la questione tutt'altro che semplice di Abyei, la regione centrale ricchissima di giacimenti di cui un altro referendum avrebbe dovuto decidere la collocazione, nel Nord o nel Sud, ma che per ora è stato impossibile organizzare.
Petrolio a parte, il processo di arabizzazione avviato dalla leadership sudanese in questi decenni è stato devastante non soltanto per i cristiani. Nel Darfur, una regione occidentale costituita da tre stati popolati da etnie di religione islamica, ha portato al conflitto tuttora irrisolto esploso nel 2003 quando Khartoum ha deciso di armare le tribù di origine araba contro quelle africane. Qui i morti si contano a decine, forse a centinaia di migliaia e due milioni di persone, un terzo degli abitanti della regione, si sono dati alla fuga cercando scampo e salvezza nei campi per profughi allestiti nel paese e nel vicino Ciad.
Per le stragi e le violenze compiute in Darfur la Corte Penale Internazionale due anni fa ha accusato il presidente el Bashir di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l'umanità e ha spiccato contro di lui un peraltro inutile mandato di cattura internazionale che, anzi, ha indignato mezzo mondo e in particolare l'Unione Africana. In realtà a quelle per il Darfur andrebbero piuttosto aggiunte le responsabilità di el Bashir per il massacro dei Nuba del Sud Kordofan, anch'essi minacciati dalle etnie di origine araba.
Oggi, a distanza di sei anni dalla fine della guerra, il 90% della popolazione meridionale del Sudan vive con meno di un dollaro al giorno e l'85% è analfabeta. Bastano questi dati per capire l'enormità dei problemi che il nuovo stato, se mai nascerà, dovrà affrontare. Prima ancora, sono dati che spiegano le perplessità di chi si domanda se sia possibile che una consultazione, in queste condizioni, traduca realmente le intenzioni di chi vi partecipa. D'altra parte il fatto che però si sia iscritto alle liste elettorali il 96% degli aventi diritto fa sperare in un voto motivato e consapevole.
Come si è detto il referendum è un evento di portata storica e continentale. Quasi sicuramente segna la nascita di un nuovo stato, in realtà di due perché il Sudan del nord può assumere un assetto molto diverso dall'attuale con la secessione: ad esempio, se si accentua la forza della sua componente islamica fondamentalista. Non si dimentichi che fino al 1996 il governo filo iraniano di el Bashir ospitava Osama bin Laden e le sue scuole di addestramento al terrorismo. Ne risentirebbero gli equilibri dell'intera regione del Corno d'Africa dove l'islam fondamentalista gioca da anni una partita importante.
Inoltre la portata storica del referendum va considerata in relazione ad altre rivendicazioni secessioniste avanzate nel continente africano: dalla Casamance in Senegal alla Kabinda in Angola. Il precedente dell'Eritrea, indipendente dall'Etiopia dal 1993 grazie a un referendum popolare, e dopo una lotta armata durata 30 anni, non è esaltante. Per gli eritrei il prezzo della secessione è una dittatura, quella di Isaias Afewerki, considerata tra le peggiori del pianeta.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 05-01-2011
Pubblicato su BASTABUGIE n.175

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