Sanremo e l'Italia, un popolo di cantanti (15-02-2011)

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Sanremo e l'Italia, un popolo di cantanti (15-02-2011)

Messaggio  Admin il Dom Feb 20, 2011 8:55 pm

di Antonio Giuliano

«Di Sanremo non si può parlare né bene, né male. Bisogna parlarne e basta. C’è poco da fare. È ormai nell’indole dell’italiano. E la storia dimostra che siamo una nazione che canta». Paolo Prato, musicologo alla Pontificia Università Gregoriana, non ha dubbi: siamo un popolo di santi, navigatori, poeti, ma soprattutto cantanti. Come dimostra in un libro curioso La musica italiana. Una storia sociale dall’Unità a oggi (Donzelli, pp. 526, euro 33). Non è dunque casuale il successo storico del Festival di Sanremo, la cui edizione di quest’anno prende il via stasera.

«Prima della rassegna sanremese, nata nel 1951, c’erano già tanti festival da sud a nord della penisola: a Napoli, Catania, Monza, Venezia… Sanremo arriva quasi per ultimo. Prende il via in un’Italia in piena ricostruzione post bellica e non ancora involata nel miracolo economico. In un contesto di grande povertà, le classi più disagiate potevano coltivare miraggi di gloria soltanto scommettendo su un’arte come la voce che non costa nulla. Per cui sbocciavano festival canori dappertutto. Sanremo non fa altro che capitalizzare quelle esperienze. La vera novità è la radio pubblica, Radio Rai, che ne determina il salto di qualità. Poi con la Tv il Festival diventerà un appuntamento rituale dell’Italia contemporanea».

Perché proprio a Sanremo?
Era una delle località turistiche internazionali più ambite. Per rilanciare l’immagine della città dopo la distruzione della guerra pensarono bene di coinvolgere la Rai. Le prime edizioni si svolsero addirittura all’interno del Casinò: il festival della canzone era un’appendice alle serate dei giocatori accaniti che scommettevano alla roulette. L’Italia ha monopolizzato questo fenomeno che fu subito copiato dall’Unione europea di radiodiffusione con l’Eurofestival. Ma con risultati inferiori, da noi la tradizione canora affonda le radici ben prima dell’Unità d’Italia. Già nel 1839 a Napoli la festa di Piedigrotta premiava e stimolava i migliori talenti vocali. In fondo il Festival di Sanremo è una versione modernizzata di questa rassegna che faceva impazzire i napoletani. Napoli è stata la capitale della musica popolare come Milano per la lirica. Il Sud in generale ha dato un contributo notevole alla nostra tradizione canora.

Quali sono le canzoni che hanno unificato l’Italia?
Nell’800 i grandi cori verdiani, i canti del melodramma, ma anche i canti sociali e patriottici dall’Inno di Garibaldi a quello dei lavoratori. Ma se parliamo di canzoni in lingua italiana in senso moderno, cioè destinate ad essere vendute, un notevole impulso lo diedero negli anni ’20 del XX secolo le “canzoncine” trasmesse in radio o incise sui primi dischi. Prima di allora c’erano solo canti popolari, anche in dialetto. La propaganda fascista invece esaltando l’italianità favorì il consolidamento di un’industria della canzone attorno alla radio e al cinema le cui pellicole più popolari erano spesso musicali e firmate dai cantanti dell’epoca. Poi negli anni ’50 arrivò Sanremo e la canzone decollò: pensiamo soltanto a Volare di Modugno, forse il brano forse più conosciuto nel mondo che ha venduto oltre 30 milioni di copie… Sui livelli Michael Jackson. Nemmeno la famosissima ‘O sole mio ha venduto tanto… Il Festival ha conosciuto anni d’oro nella seconda metà degli anni ’60, quando i migliori artisti internazionali si esibivano cantando in italiano brani nella nostra lingua. Negli anni ’70 i cantautori italiani hanno cominciato a voltargli le spalle. Oggi è diventato un evento televisivo prima che musicale. L’impatto sul mercato discografico è risibile. La canzone è ancora protagonista perché attorno ci sono i balletti, le presentatrici carine, i conduttori spigliati...

Che cosa invece è rimasto immutato da Verdi a Battisti?
Pur dinanzi a produzioni così diverse spicca quella facilità di tracciare una melodia che è una caratteristica della nostra storia sia nell’opera lirica che nella canzone popolare. È nelle nostre corde, lo riconoscono anche all’estero. Siamo un popolo che canta. Lo notavano già i viaggiatori e gli uomini di cultura stranieri che nel ‘600 venivano a studiare le nostre opere d’arte. Nelle loro memorie raccontano che incontravano spesso nelle città italiane gente che per strada spontaneamente cantava e suonava con chitarre, chitarrine, flautini e piccole percussioni… Donne e bambini, tutti.

Qual è stata l’influenza della tradizione religiosa sulla canzone italiana moderna?
Sicuramente tanti cantautori “laici” si sono confrontati col divino. E le questioni spirituali affiorano anche in cantanti palesemente atei come De Andrè. Per quanto riguarda la canzone popolare cattolica, all’inizio del secolo abbiamo pochi pionieri come don Sbarra che cercò di contrastare l’innodia socialista e materialista con un gran numero di canzonette tra cui O bianco fiore che divenne l’inno ufficiale della Dc. Dopo il Concilio Vaticano II la musica leggera fu sdoganata persino in chiesa, non senza esagerazioni finendo per penalizzare ad esempio la tradizione del canto gregoriano. Solo in anni più recenti cantautori dichiaratamente “cristiani” hanno provato a lasciare un segno nella musica contemporanea. Ma con scarso successo. C’è spesso una professionalità che lascia a desiderare. Però anche un pregiudizio storico: negli anni ‘70 le canzoni di protesta dell’estrema sinistra avevano spesso la stessa povertà stilistica di molti brani di autori cristiani, eppure venivano osannati. Poi è vero che i cantautori cristiani tendono spesso ad auto-ghettizzarsi nei propri circuiti e i risultati non sono affatto quelli strepitosi del christian rock negli Stati Uniti che riesce a vendere milioni di dischi. Lì non hanno affatto dubbi che la fede possa testimoniarsi anche a suon di rock.
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