In Africa e in Asia chi si converte muore (11-02-2011)

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In Africa e in Asia chi si converte muore (11-02-2011)

Messaggio  Admin il Dom Feb 20, 2011 8:47 pm

di Anna Bono

Discriminati, perseguitati, consapevoli dell’indifferenza, o peggio ancora, delle forze di sicurezza che li dovrebbero invece proteggere e con la percezione che a nessuno al mondo importi di loro: è questa la condizione di milioni di cristiani.

In India la polizia ha definitivamente ingiunto ai familiari di Saul Pradhan, il pastore pentecostale ucciso l’11 gennaio nello stato di Orissa, di accettare la versione fornita dalle forze dell’ordine, secondo le quali l’uomo sarebbe morto di freddo oppure annegato in un lago. Molti testimoni assicurano di aver visto sul suo corpo, al momento del ritrovamento, fratture ed escoriazioni. L’identità dei suoi assassini è nota e inoltre la sua è stata una morte annunciata poiché Saul Pradhan aveva subito ripetute minacce da parte dei leader indù del suo villaggio che ne pretendevano la conversione: quelli stessi che dopo l’omicidio hanno fatto pressione sulla polizia e sul medico incaricato della perizia post mortem affinché insabbiassero il caso e si provvedesse rapidamente alla sepoltura del cadavere. In Pakistan cresce la preoccupazione per la sorte di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia, mentre si intensificano le proteste dei fondamentalisti islamici contrari alla proposta di abolire o modificare la legge sulla blasfemia.

Si moltiplicano inoltre le minacce ai giudici per ottenere la liberazione di Mumtaz Qadri, l’assassino reo confesso del governatore del Punjab, Salman Taseer, che il 4 gennaio ha pagato con la vita la propria adesione al movimento nato per ottenere appunto la revisione della cosiddetta “legge nera”. Nei giorni scorsi immagini di papa Benedetto XVI e del ministro per le minoranze religiose Shabbaz Bhatti sono state bruciate in una piazza di Lahore.

A Giava, Indonesia, l’8 gennaio, migliaia di fedeli islamici hanno attaccato tre chiese e altri edifici. A scatenare la collera popolare è stata la sentenza emessa dal tribunale di Temanggung contro un giovane cristiano accusato di blasfemia e condannato “soltanto” a cinque anni di carcere mentre si attendeva un verdetto di morte.

Il primo bersaglio è stato il tribunale, distrutto dalla folla. Poi è stata la volta della chiesa di San Pietro e Paolo il cui parroco è stato picchiato mentre cercava di impedire la profanazione del tabernacolo e dell’eucarestia. Successivamente, nonostante l’intervento di centinaia di poliziotti, sono state date alle fiamme una chiesa protestante e una pentecostale, un orfanotrofio cattolico e un ambulatorio gestito dalle Suore della Provvidenza.

In quello stesso giorno, nelle Filippine, degli estremisti islamici hanno attaccato un villaggio cristiano vicino a Mindanao e ne hanno incendiato le abitazioni costringendo alla fuga gli abitanti e lasciando decine di persone senza tetto.
Le autorità attribuiscono l’aggressione, che fortunatamente finora non ha causato vittime, a un nuovo gruppo armato, nato dalla secessione dal Moro Islamic Liberation Front e guidato da Ameril Umbra Kato, il leader che rifiuta di partecipare ai colloqui con il governo filippino e si dice determinato a proseguire la lotta per creare a Mindanao uno stato islamico. In Nepal, il 29 gennaio, il responsabile del partito monarchico Kamal Thapa ha accusato i cristiani di aver ottenuto con la forza un milione di conversioni dal induismo al cristianesimo da quando nel 2006 è caduta la monarchia e il Nepal è diventato uno stato laico. In realtà i cristiani in Nepal attualmente sono 150.000 e circa 8.000 i cattolici.
In effetti le conversioni al cristianesimo sono in aumento, ma senza pressioni né tanto meno coercizione. Il fatto è che i cristiani avvicinano la gente e assistono i bisognosi di qualsiasi ceto sociale e religione. «È questo – ammette Keshav Chaulagan, della World Hindu Foundation – che porta le persone a convertirsi».

Sono forzate invece, senza dubbio, le conversioni all’islam dei cristiani di Besheno, città dell’Etiopia meridionale abitata per il 94% da musulmani. Da tempo la minoranza cristiana è vittima di aggressioni da parte di fondamentalisti islamici che mirano a costringerli a convertirsi oppure a lasciare la città. Nelle ultime settimane gli attacchi e le intimidazioni hanno preso di mira soprattutto la minuscola comunità degli evangelici. Le autorità della città rifiutano di proteggere i cristiani e recentemente hanno negato l’autorizzazione a costruire un centro di culto e un cimitero cristiani.
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